#diariodellaconvalescenza3
Anche se in questi giorni non posso ancora uscire, lo vedo che ormai la primavera si è insinuata.
E penso alle canzoni su questa stagione.
La mia preferita fra quelle pop forse è quella di Dimartino, Come la guerra la primavera: bastano poche note e la primavera torna.
Spero torni l’autore che era prima delle ubriacature sanremesi, dove pure ha presentato belle canzoni, ma è diventato più “figurina” con Colapesce (che invece non mi arriva). Comunque, tornando al suo brano, è vero che la primavera torna come una guerra di odori, colori e anticipi d’estate.
Poi c’è la primavera introspettiva e malinconica di Luca Carboni.
Anche questo pezzo ha bisogno di pochissime note per fare entrare nel clima. Ma tutto è molto diverso dall’arrembaggio del brano di Dimartino. Ecco, mentre nel brano di Dimartino la primavera mantiene tutto quel che promette, in quello di Carboni c’è una sospensione tra l’immaginario e il reale, tra la leggerezza del possibile e la pesantezza del non realizzato. Ricordo anche un videoclip molto bello, a corredo di questo capolavoro dal finale in crescendo che non esplode mai (appunto, lo iato tra l’immaginario e il reale).
Battiato la primavera la cita direttamente in Risveglio di primavera, e qui torniamo all’arrembante. Così tanto che in un programma televisivo la presentò, lui e i suoi musicisti, vestito da garibaldino. In questa canzone la primavera è citata come momento del risveglio. Ricordiamoci sempre che, quando Battiato parla di risveglio, questo termine è da intendersi in senso buddista: l’acquisizione della consapevolezza.
Ma è in Tiepido aprile – la mia preferita in assoluto – che, pur non menzionata, la primavera acquisisce tutta la sua liricità orchestrale che merita.
Per la sua struttura e per il suo arrangiamento da vero e proprio lied, questo pezzo potrebbe essere stato scritto nell’Ottocento. E’ il brano più leggero di tutti, non tanto per la sua orecchiabilità ma per l’essere lieve, per quel crescere degli archi e della voce. E quando tocca al “silenzio lontano delle nuvole” non ci si può non commuovere: è un brano dove si vola, ci si spoglia di ogni peso, anche mentale, e ci si innalza, affidandosi al vento e ai profumi del tempo.
Pezzi ce ne sarebbero tanti altri.
C’è la Primavera di Marina Rei, anche a questo brano bastano poche note per entrare subito. Poi c’è un testo proprio non irresistibile, ma la musica è bella e ha l’indubbia capacità di far ballare.
C’è un doppio Cocciante, melodrammatico e un po’ troppo lacrimoso tanto in Primavera, musicalmente molto interessante, quanto in Cervo a primavera, musica più ordinaria ma che avrebbe meritato un testo migliore della solita mogolata – si capisce che il tipo non mi piace, eh?
Andiamo a qualcosa di più solido citando la Primavera di Praga di Guccini, che brilla per il contrasto tra il nascere della primavera e il morire degli ideali davanti ai carri armati della dittatura sovietica.
Una canzone che ha resistito negli anni è Maledetta primavera, presentata da Loretta Goggi a Sanremo. Lo sfogo di una cotta troppo affrettata e deludente: “per innamorarsi basta un’ora”. Tempo fa le canzoni pop avevano una dignità musicale e una conoscenza armonica che oggi i soliti autori seriali che si mettono davanti un computer si sognano.E finisco, anche se si potrebbe andare avanti per molto, con Questa primavera di Pino Daniele, dove torna la malinconia e la sospensione. Anche in questo brano, contenuto in un album che a me piace molto, c’è una lontananza, un pensare, un non vivere direttamente. E un riferimento all’Europa che cambierà, alla gente che è più sincera e alla pace che arriverà.
Vabbè, roba da canzoni.